Beata Chiara Bosatta

Oggi festa guanelliana!!

20 Aprile – Beata Chiara Bosatta

 

«Se l’avessero lasciata, sarebbe stata delle mezze giornate a pregare». Questa intima unione con Dio alimenta sommamente la devozione di suor Chiara verso l’Eucaristia e verso il Sacro Cuore. Ella «porta nel cuore e nel corpo» la meditazione intensa sulla Passione. Devotissima dell’Immacolata e dell’Addolorata, è fedele alla recita del rosario; il sabato si astiene sempre dalla frutta. Chiama san Giuseppe «papà della Casa». E devota agli Angeli custodi. Ha quasi un culto per don Carlo Coppini. Prega e incita a pregare per il Papa: perché il Papa «ha bisogno di preghiere più di noi». Ha molta sensibilità verso le anime dei defunti. E tutto ciò senza l’ombra della superstizione; ma solo perché, come lei suol dire sovente: «Chi prega, ottiene». «Pregavano – dirà poi don Guanella – e suor Chiara che n’era come la vita disponeva che da mane a sera nella Casa fosse come una preghiera continua». E con molta umile sincerità, il Fondatore e Padre aggiunge: «Quella preghiera infondeva in me prete una forza sensibile». «Era tanto sollecita di apprendere la verità della religione – qualcuno testimonierà al processo – che pareva, quando ne ascoltava le istruzioni, volesse strappare di bocca la parola di Dio a chi la predicava».

 

Quando si raccomanda alle preghiere della sua guida spirituale, si sente «affliggere il cuore», si sente ancora più «carica di difetti». Il 28 gennaio 1886 addirittura supplica: «La prego, in carità, a non aver riguardi di sorta di me, di umiliarmi, di castigarmi, di mettermi all’ultimo posto, onde possa distruggere l’amor proprio e la superbia causa di tanta mia miseria». Don Guanella, al contrario, si entusiasma e s’incanta a osservare l’amore che suor Chiara ha per la preghiera e, in specie per il Santissimo; e lui, che per tutta la vita conserva il ricordo della sua Prima Comunione e l’esperienza di «soave dolcezza quasi di paradiso» che quel giorno ritiratosi in solitudine egli ebbe a «gustare per qualche minuto», con gioia vede suor Chiara diventare sempre più l’eco silenziosa del suo Padre fondatore, maestro e guida. In suor Chiara, che rispecchia lui, lui ora si specchia.

 

Diceva: «Noi siam nulla, ma intanto Dio potrebbe valersi anche di noi». Secondo don Guanella, suor Chiara «nel suo cuore aveva il nulla e aveva il molto… il finito e l’infinito… tutto il grande e tutto il minimo…».

 

Suor Chiara prega per le consorelle: «Imploro su di voi la rugiada delle celesti grazie, onde il Signore vi abbia ad aiutare a portare volentieri quella croce che Egli desidera per voi. Coraggio a patire e a soffrire tutto per Gesù, che è venuto al mondo solo per noi, per insegnarci la strada che conduce a quella cara patria, ove sempre staremo giubilando e cantando allegramente col nostro amoroso Iddio». La debole giovinetta di ieri è riuscita già a mortificare in vari modi quel che lei chiama «asinello del mio corpo». Ella ha offerto la propria vita per le anime e per l’Opera, e il Signore la prende in parola.

 

Ma il «fiore» della sua anima è Gesù Eucaristia. Tutte le sorelle ricorderanno la sua esortazione a fermarsi davanti al tabernacolo ed arriverà sino alle Guanelliane future la sua frase caratteristica: «Andiamo al nostro paradiso in terra! ». Più il fisico di suor Chiara si affievolisce, più cresce il suo ardore eucaristico: «Signore, ci hai amati fino a dare te stesso nel Corpo, Sangue ed Anima! Ti dai a me, impasto di miseria, a me!» e suor Chiara singhiozza di dolore. «Anch’io sono tutta tua. Rinnova pure nel mio cuore le tue agonie; ma fa’ che il mio cuore sia tutto e solo tuo! E Maria? In Maria abbiamo l’ultima parte del testamento di Gesù Cristo. Quanto è buono il Signore in darci tanta Madre! e quanto buona Maria in riceverci tutti per suoi cari figli!».

 

Nella morte dei bambini, lei era solita esclamare: «Fossi morta anch’io bambina con la mia innocenza battesimale! ».

 

Suor Chiara vorrebbe condurre la maniera di vivere di quando era sana; ma non le è permesso, perché non è possibile. Comunque, fa di tutto per essere mattiniera; e quando le accade di svegliarsi tardi si duole: – Oh, che dormigliona sono stata! Lei che non è stata mai golosa, che ha sempre rinunciato alla frutta martedì, venerdì e sabato, e tra i cibi preferiva quelli più ordinari, che non ha preso mai cibo o bevanda fuori pasto, anche malata, per quanto le viene consentito si applica a mortificazioni e digiuno: lo avrebbe fatto per tutta la vita, se glielo avessero permesso. Mangia solo per nutrirsi, è assorta e distratta, forse mangia senza provare soddisfazione. Anche malata si rammarica che le si porti qualche vivanda speciale e prega che la Casa non si sobbarchi a spese per medicine costose… per lei.

 

Suor Chiara ha cura di purificare il suo interiore con una vigilanza che sa di scrupolo, non potendo reprimere ogni moto incomposto con aspre penitenze, alimenta l’amore con i prolungati colloqui eucaristici e con la Via Crucis, durante la quale la sorella la sente piangere, lamentandosi: «Io ho crocifisso il Signore!» Suor Marcellina è testimone che suor Chiara piange spesso e la causa di questo suo pianto è la considerazione della Passione di Cristo e della sua propria miseria, ma sin da bambina si sentiva salire le lacrime anche quando pensava ai peccati altrui, o quando vedeva compiere il male. Nella sua giovane vita, suor Chiara ha subito prove dolorose, delusioni, insuccessi, ingiustizie. Ora conosce anche l’aridità dello spirito, l’amarezza delle anime mistiche, il silenzio di Dio, persino il dubbio di avere sbagliato vocazione. Sempre più spesso le tenebre avvolgono la sua anima, fino al punto di sentirsi respinta da Dio; mentre, viceversa, continua ad anelare a Lui e alla più alta vetta della perfezione. Si trova nel Getsemani. Ma prega, obbedisce, soffre e ama. Non cade, perché « si arrende con assoluta docilità alla mano di chi la guida». Sentirsi « sospesa tra Cielo e inferno». Sentirsi indegna, sentirsi sola. «Caricatemi di croci – prega – ma non un peccato neanche veniale!».

 

«Suor Chiara – scriverà don Guanella – il pianto lo aveva abbondante negli occhi, più abbondante nel cuore. Ma il pianto di suor Chiara era serio, un pianto di quelli che la Chiesa chiama una viva preghiera. Considerava i peccati propri, la vita passata, Iddio fonte di bellezza, il tempo che le sfuggiva, la bellezza della vita religiosa, il non poterla raggiungere in quel grado che avrebbe desiderato; poi… le sorelle che pativano, la superiora che ne aveva un soprapensiero, e poi il tutto assieme davale un mar di lagrime ed essa sfogavasi in pianto amarissimo e ne chiedeva a Dio gran mercé». Come se fosse troppo ardua e pesante per lei, ingenua suora, la comprensione del dolore e del peccato, la cui penetrazione è possibile solo ai Santi, suor Chiara non sa reggere al drammatico raffronto tra il peccato dell’uomo e la santità di Dio, tra cui si è fatto intermediario Gesù Crocifisso, e umanamente, piange… E il suo pianto è una «viva preghiera, una preghiera altissima».

 

La Chiesa e il mondo hanno bisogno di anime come Chiara Bosatta. Forse mai come ora ne hanno avuto bisogno. Perché mai come oggi c’è bisogno di salvare il mondo. Il dolore per la Passione spinge i Santi ad emulare Cristo nel portare la croce. Ma lo fanno perché sanno che dal loro sacrificio sorgono opere a favore dell’umanità. La sofferenza dei Santi, unita alla passione di Cristo, salva e redime il mondo. Ma dal mondo sempre (e oggi più che mai) la sofferenza è rifiutata, perché la mortificazione ha perduto il suo significato; perché non è vista come conseguenza derivata dalla corruzione originale e molti non hanno più nemmeno il senso del peccato. Il motivo, e il dovere, della necessità di mortificazione è nel fatto che l’uomo corrotto deve essere mortificato perché possa essere vivificato come «creatura nuova».

 

Tratto da http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/beata%20chiara%20bosatta.htm

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